hate speech, Regolamento sull’hate speech approvato dall’AGCOM

Con la Delibera n. 157/19/CONS del 15 maggio 2019 l’Autorità per le Garanzie delle Comunicazioni (AGCOM) ha adottato il nuovo Regolamento sull’hate speech (più precisamente, il provvedimento è intitolato “Regolamento recante disposizioni in materia di rispetto della dignità umana e del principio di non discriminazione e di contrasto all’hate speech“). Il punto di partenza della della nuova regolamentazione amministrativa è rappresentato dal combinato disposto degli artt. 10 co. I e 32 co. V del “Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici” (D. Lgs. 177/2005) a mente dei quali, rispettivamente:

  • «L’Autorità, nell’esercizio dei compiti ad essa affidati dalla legge, assicura il rispetto dei diritti fondamentali della persona nel settore delle comunicazioni, anche mediante servizi di media audiovisivi o radiofonici»;
  • «servizi di media audiovisivi prestati dai fornitori di servizi di media soggetti alla giurisdizione italiana rispettano la dignità umana e non contengono alcun incitamento all’odio basato su razzasessoreligione o nazionalità».

Diventa allora opportuno cercare di capire in che modo l’AGCOM ha inquadrato il fenomeno in questione e, quindi, quali scelte abbia compiuto nel dettare una normativa che ne contrasti la diffusione.

L’INQUADRAMENTO DEL FENOMENO

Per comprendere la necessità del recente intervento, infatti, va sottolineato come già con la sua precedente delibera n. 46/18/CONS, del 6 febbraio 2018 (“Richiamo al rispetto della dignità umana e alla prevenzione dell’incitamento all’odio) l’AGCOM aveva sollecitato «i fornitori di servizi media audiovisivi a garantire nei programmi di informazione e comunicazione il rispetto della dignità umana e a prevenire forme dirette o indirette di incitamento all’odio […]»e ciò alla luce dei dati di monitoraggio sul pluralismo politico/istituzionale relativi al periodo 29 gennaio-4 febbraio 2018 dai quali era emerso come la trattazione di casi di cronaca relativi a reati commessi da immigrati appariva «orientata, in maniera strumentale, a evidenziare un nesso di causalità tra immigrazione,criminalità e situazioni di disagio sociale e ad alimentare forme di pregiudizio razziale nei confronti dei cittadini stranieri immigrati in Italia». 

Sulla scorta di queste premesse, allora, e tenuto anche conto che il fenomeno dell’hate speech aveva nel frattempo assunto connotati nuovi e più urgenti, atteso che le piattaforme social si sono rivelate esserne un temibile terreno di coltura, l’AGCOM aveva avviato un procedimento finalizzato all’adozione di misure amministrative tali da indurre un netto cambio di rotta. La regolamentazione della materia, tuttavia, non poteva prescindere dal prendere atto di come, sebbene «una quota significativa dei contenuti messi a disposizione sui servizi di piattaforma per la condivisione di video non è sotto la responsabilità editoriale del fornitore di piattaforme per la condivisione di video», tuttavia «tali fornitori, in genere determinano l’organizzazione dei contenuti, ossia programmi, video generati dagli utenti e comunicazioni commerciali audiovisive, anche in modo automatizzato o con algoritmi», con la conseguenza che essi – a condivisibile giudizio dell’AGCOM – «dovrebbero essere tenuti ad adottare le misure appropriate per tutelare il grande pubblico dai contenuti che istigano alla violenza o all’odio nei confronti di un gruppo o di un membro di un gruppo». In altri termini, i gestori delle piattaforme online non possono più chiamarsi fuori da un serio faccia a faccia con il problema dell’hate speech.

CHE COS’È L’HATE SPEECH

Per poter dettare una regolamentazione efficace di un fenomeno, tuttavia, occorre prima di tutto perimetrarlo in maniera corretta. L’AGCOM non si sottrae a tale incombente, precisando che, in prima approssimazione e come spunto di lavoro, per hate speech intende «l’utilizzo strategico di contenuti o espressioni mirati a diffondere, propagandare o fomentare l’odio, la discriminazione e la violenzaper motivi etnicinazionalireligiosi, ovvero fondati sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulla disabilità o sulle condizioni personali e sociali, attraverso la diffusione e la distribuzione di scritti, immagini o altro materialeanche mediante la rete Internet, i social network o altre piattaforme telematiche».

Quel che occorre mettere in rilievo, allora, è che l’AGCOM non intende rivolgersi genericamente alle pubblicazioni “ingiuriose” o “diffamatorie”, bensì a quelle attività in cui il carattere dell’offesa o dell’incitamento all’odio sia parte di un preciso programma (cfr. “utilizzo strategico”) connotato da finalità in ultima istanza istigatorie. Del resto, di tale – più complessa – connotazione del fenomeno era già consapevole l’OSCE nel 2009, allorché con la Decisione 9/09 invitava gli Stati membri verificare l’esistenza di legami tra Internet e la diffusione di contenuti che potessero costituire un incitamento, motivato da pregiudizio, alla violenza o a crimini generati dall’odio (cdd. “hate crimes”). La stessa AGCOM, del resto, in un altro passaggio del suo provvedimento stigmatizza in maniera ancora più netta il fenomeno, parlando apertamente di «artate strategie di disinformazionefinalizzate a sostenere discorsi d’odio o comunque a diffondere rappresentazioni strumentalifalsate e discriminatorie dei complessi fenomeni osservati».

Per quanto riguarda la portata del fenomeno, poi, i dati sono davvero preoccupanti: secondo quanto riportato dall’AGCOM nella sua relazione introduttiva al Regolamento sull’hate speech, in Italia gli hate crimes risultano cresciuti del 112% dall’1 gennaio 2013 al 31 dicembre 2017 (dai OSCAD – Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori del Dipartimento della Pubblica Sicurezza-Direzione Centrale della Polizia Criminale) e, sul totale degli episodi di reati d’odio considerati, oltre il 60% presenta una matrice discriminatoria connessa all’origine etnica o alla provenienza geografica della vittima.

Il legislatore italiano, peraltro, sul punto è anche intervenuto direttamente sul terreno del diritto penale, configurando una particolare figura di delitto nonché una aggravante a effetto speciale. Più nello specifico, l’attuale art. 604-bis del codice penale (norma già contenuta nell’art. 3 della L. 654/75) punisce, salvo che il fatto costituisca più grave reato,

«a) con la reclusione fino a un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razzialietnicinazionali o religiosi;

b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razzialietnicinazionali o religiosi».

In aggiunta a ciò, poi, per la commissione di un qualunque reato punito con pena diversa dall’ergastolo, si prevede un aumento fino alla metà della pena comminata per il reato medesimo, se l’agire del soggetto attivo è connotato dalla finalità di discriminazione o di odio etnicorazziale o religioso, ovvero dal fine di agevolare l’attività di organizzazioniassociazionimovimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità (art. 604-ter – già art. 3 D.L. 122/93).

Tuttavia, il Consiglio d’Europa nel suo rapporto del 14 gennaio 2019 ha giudicato i progressi dell’Italia come insufficienti (anzi, a ben vedere ha riscontrato un’assenza di progressi), evidenziando come «la società italiana abbia registrato una crescita delle attitudini razziste, della xenofobia e dell’anti-Gypsism nel discorso pubblico, specialmente nei media e su Internet», dando atto soprattutto di accadimenti particolarmente gravi come «attacchi verbali e di violenza fisica perpetrati nei confronti dei centri per i richiedenti asilo», nonché di comportamenti discriminatori assunti nei confronti della popolazione Rom, Sinti e Caminanti (cfr. par. 59-61 del Rapporto).

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Absolutezero

Dario De Leonardis esiste nell’Internet dalla fine degli anni ‘90. È stato, in ordine sparso: hacker, grafico, web developer, brand designer, analista politico, edonista, spin doctor b-side dell’hinterland tarantino, UI designer, installatore software, attivista per i diritti di tutti quelli che non vogliono togliere diritti agli altri, tecnico informatico, ghost writer, organizzatore eventi, autore satirico, cattivo da fumetto, social media strategist/manager, communication expert e modello. Da curriculum accademico sarebbe critico letterario e teatrale ma si vergogna a dirlo. Ama il cinema d’azione indocinese e il progressive rock del nord-est europa. Tendenzialmente affronta i suoi problemi con il binge watching e il sarcasmo. Sa come si scrive una È maiuscola con l'accento e non con l'apostrofo usando le combinazioni ASCII. È fortemente convinto che una cosa si possa pubblicizzare e vendere anche se non esiste realmente e che un giorno le botnet sui social svilupperanno una coscienza propria e conquisteranno il mondo.