Embedded umanitari, Embedded umanitari, fotografi non governativi

Apre domani, sabato 15 giugno, al Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena, curata per la Fiaf da Claudio Pastrone in collaborazione con Giovanna Calvenzi e Giuseppe Frangi, la mostra Il mondo nell’obiettivo: i fotografi delle Ong. Un focus sulla collabvorazione, importante ma non priva di problemi, fra i fotografi e le organizzazioni umanitarie. Saranno esposti lavori realizzati da molti fotografi italiani per una dozzina di Ong, tra cui Save the Children, Ciai, Action Aid, Amref, Emergency, e molte altre. Pubblico qui il mio testo nel numero della rivista Riflessioni che accompagna la mostra.

Forse il primo fu Andrea Della Robbia. Quei suoi medaglioni di ceramica coi bambini bianchi sul fondo celeste glieli commissionò lo Spedale degli Innocenti di Firenze, nel 1487, per commuovere il passante e sollecitare donazioni a favore degli orfanelli. Comunque sia, una di quelle immagini di fund raising tardomedievale diventò poi il logo di Save the Children, e dunque il cerchio si chiuse.

Questo per dire che c’è una certa affinità di lunga data, fra la fotografia e la filantropia, che già è in essere quando tutti dicono che quella storia sia iniziata, ovvero negli anni Ottanta del Novecento, quando esplosero le grandi carestie africane, Etiopia e Sudan, e venne alla luce il lavoro prezioso di quelle organizzazioni umanitarie che poi abbiamo imparato a chiamare Ong, e quel lavoro, per poter funzionare, espandersi, chiese e produsse un immaginario efficiente e commovente, che tutti abbiamo bene inscritto nella memoria.

In realtà era stato Don McCullin, grande dolente reporter del mondo piagato, che ancora prima, in Biafra, aveva intravisto la complementarità emozionale fra il fotografo e il buon samaritano. Quel suo bambino albino scheletrico con la scatoletta di carne in mano fu fotografato nell’accampamento di una missione, con il consenso e la collaborazione dei missionari, ben consapevoli di quanto avrebbe colpito allo stomaco il lettore sazio d’Occidente.

Quella collaborazione oggi appare naturale, scontata. Risaputa. Ricercata. Esibita, senza nascondimenti. Il reportage fotografico realizzato da un professionista al seguito e su invito di una Ong è un genere fotografico, ormai consolidato, con abitudini che son quasi regole, che includono etiche e finiscono un po’ per diventare estetiche.

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Marco Sartori (CIAI): Sguardi sui Ragazzi Harraga. Progetto di protezione e sostegno a Palermo per minori stranieri non accompagnati.

Si tratta quasi sempre di una joint venture nella quale entrambe le parti hanno qualcosa da guadagnare: il reporter in genere si vede offrire il viaggio e il soggiorno, nonché un accesso facilitato e quasi preordinato all’oggetto del suo lavoro, che una volta utilizzato dalla organizzazione umanitaria lui sarà poi libero di trasformare in un libro, una mostra ecc.; l’organizzazione umanitaria in cambio ottiene, senza pagarle a prezzi di mercato, immagini di grande livello, utili per documentazione e promozione della propria attività, utilissime anche in funzione del proprio necessario, vitale autofinanziamento. Lo scambio è trasparente, in fondo equo, e i lavori che ne escono sono spesso più che dignitosi, a volte eccellenti.

Questo sia detto per attenuare un po’ l’impatto della domanda che sto per fare, e non se ne abbia a male nessuno. Gli scopi di un’organizzazione umanitaria sono molto diversi, direi opposti a quelli di un esercito, su questo non c’è discussione. Dunque le fotografie scattate al seguito, e anzi dall’interno di una missione di solidarietà, ci stanno istintivamente più simpatiche di quelle scattate al seguito e dall’interno di una missione militare.

Ma se è abbastanza scontato dire che le fotografie dei fotografi embedded risentano inevitabilmente delle costrizioni, dei consigli pressanti e più o meno difficili da ignorare degli “ospiti”, per non  dire della censura; e che quei reportage vanno quindi letti sapendo che dietro lo sguardo di chi scatta risuona inevitabilmente l’eco di quella dei comandi militari; se tutto questo è vero, ecco la domanda, non accade forse qualcosa di simile, ribaltato di segno, per gli embedded umanitari?

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Marco Gualazzini (ActionAid): One Stop Center. Assistenza a donne che hanno subito violenza in Madhya Pradesh, Stato centrale dell’India.

I reportage dei “Fng”, i Fotografi non Governativi,come potrebbero essere chiamati i fotografi al seguito delle Ong, non andrebbero forse considerati come appartenenti a un nuovo genere, distinto dal reportage indipendente quanto la testimonianza di un protagonista è distinta dal reportage di un giornalista? Un genere dove l’occhio olimpico del reporter è sostituito dall’osservazione partecipante del volontario.

Badate bene, non sto facendo contrapposizioni morali, né gerarchie di valore. Prima di tutto non penso che i fotografi “indipendenti” lo siano poi integralmente, visto che la possibilità stessa del loro lavoro è legata alle condizioni del mercato dell’informazione, che pone spesso le sue condizioni, magari anche più strette. In secondo luogo, penso che qualsiasi testimonianza, anche quella che si crede più imparziale ed oggettiva, sia anche, in un certo modo, un intervento sul mondo che pretende di documentare soltanto.

No, io sto parlando di una differenza di collocazione del fotografo embedded umanitario nella catena dell’informazione, che non può che riflettersi sul senso e sull’aspetto del suo lavoro. Chi lavora con e per un’organizzazione umanitaria, prestandole gli strumenti per costruire la propria immagine, sceglie di collocarsi in un sistema organizzato che non è soltanto di natura morale, ma mescola solidarietà, spettacolarizzazione e mediatizzazione, come ha spiegato assai bene Luc Boltanski nel suo Lo spettacolo del dolore.

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Francesco Alesi (Save the Children): UP-prezzami – Non fermarti all’etichetta. Campagna nazionale contro gli stereotipi

È un intreccio, questo fra intervento solidale organizzato e immagine fiancheggiatrice, che non credo sia ancora stato indagato come merita. Questa mostra credo offra per la prima volta l’occasione di confrontare, per lo meno, lavori diversi realizzati in spirito e condizioni simili. È possibile, per la prima volta, verificare se esista davvero un linguaggio specifico della fotografia dell’intervento umanitario, quali limiti e quali virtù possieda.

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Dario

Dario De Leonardis esiste nell’Internet dalla fine degli anni ‘90. È stato, in ordine sparso: hacker, grafico, web developer, brand designer, analista politico, edonista, spin doctor b-side dell’hinterland tarantino, UI designer, installatore software, attivista per i diritti di tutti quelli che non vogliono togliere diritti agli altri, tecnico informatico, ghost writer, organizzatore eventi, autore satirico, cattivo da fumetto, social media strategist/manager, communication expert e modello. Da curriculum accademico sarebbe critico letterario e teatrale ma si vergogna a dirlo. Ama il cinema d’azione indocinese e il progressive rock del nord-est europa. Tendenzialmente affronta i suoi problemi con il binge watching e il sarcasmo. Sa come si scrive una È maiuscola con l'accento e non con l'apostrofo usando le combinazioni ASCII. È fortemente convinto che una cosa si possa pubblicizzare e vendere anche se non esiste realmente e che un giorno le botnet sui social svilupperanno una coscienza propria e conquisteranno il mondo.