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I cuoricini spezzati di Instagram e il muro dell'Io 1
Ho fatto subito un minisondaggio fra i miei adolescenti di riferimento. La risposta più interessante è anche la più sorprendente.

Sollievo. “Che bello, non devopiù postare le mie foto in bikini per avere più like!”.

Instagram nasconde i cuoricini: quasi impensabile. Non era il social del narcisismo di massa?

Ai genitori, una avvertenza: le metteranno ancora, le foto in bikini, quelle benedette ragazzine, non fatevi troppe illusioni.

social non smetteranno mai di essere le vetrine dell’Io, se non altro perché sono semplicemente la versione online della recita sociale, della festa in discoteca, della giornata in spiaggia.

Ma ce le metteranno per uno scopo preciso, far colpo su quel ragazzo, o far vedere alle amiche che la prova costume è andata bene.

Quella che potrebbe scomparire di colpo è l’ansia quotidiana per il conteggio dei “mi piace”, la tirannia di quella metrica della vanità, l’angoscia che tutto dipenda da una sorta di giudizio universale di Paride.

E con questo potremmo chiudere finalmente le interminabili anamnesi di quella specie di virus dell’apparenza che, annidato chissà in quali recessi della mentalità collettiva di una intera generazione, avrebbe aggredito i nostri post-millennial, per essere poi sfruttato sapientemente dai signori delle piattaforme Web.

La mossa di Instagram è intelligente: non ti privo del piacere di sentirti apprezzata/o. Continuerai a vedere i like che gli altri appiccicano sotto le tue foto. Ma sarà solo per tuo uso e consumo. Una gratificazione e non una moneta da spendere.

Perché non potrai più far vedere agli altri quanti like hai avuto. Non potrai vantartene, magari un po’ da bulletta/o, se ne avrai tanti. Specularmente, non rischierai di cadere in depressione da crollo di reputazione se ne avrai pochi.

Lo scambio online resterà un gioco di ruoli, con tutte le sue finzioni e le sue maschere, ma almeno non sarà più una gara a punti. Il fragile muro dell’Io adolescente (ma poi: solo adolescente?) forse resisterà un po’ di più ai piccoli del giudizio dei pari.

È un esperimento, per ora, iniziato in Canada e arrivato anche a un certo numero di utenti italiani, scelti come cavie; ma è anche una sfida, che sociologi e psicologi dovrebbero seguire con attenzione.

Se Instagram non perderà utenti, se addirittura ne guadagnerà, dovremo ribaltare il luogo comune. Se un narcisismo social esiste, non è la causa ma il prodotto di un meccanismo del gioco.

Facile da capire: se la prima cosa di me che i miei follower guardano è il numerino che compare sul mio contatore, se quel numerino è diventato il comodo, indiscutibile indice di valore della mia personalità, se tutti mi valutano per quello, allora, che io lo voglia o no, dovrò fare di tutto per far scorrere il contachilometri.

Cosa succederà invece se l’indice quantitativo dell’autostima dovesse scomparire? Ufficialmente, i gestori di Instagram sperano che la doccia fredda sullo spirito competitivo incoraggi un ritorno alla qualità dei contenuti.

Che gli utenti guardino e magari restino impressionati dalle fotografie, com’era agli inizi, e non si fermino all’aritmetica potenza del titolare del profilo.

Ci sono sicuramente motivi più prosaici dietro la mossa dei signori dei cuoricini. Per esempio, stroncare il commercio ormai vergognoso dei like sui profili commerciali, verificare se gli influencer sono davvero influenti per quello che fanno e che dicono e non per l’effetto-wow della loro (presunta) platea di adoratori. Sono in gioco profitti micidiali, non siamo troppo romantici.

Ma anche solo la vaga possibilità che qualche adolescente sia finalmente invogliato a pubblicare una foto solo perché gli/le piace, e non perché riversa dividendi nel conto corrente della sua popolarità, be’ questa potrebbe essere una piccola restituzione di libertà.

Sorgente: I cuoricini spezzati di Instagram e il muro dell’Io – Fotocrazia – Blog – Repubblica.it

Dario

Dario

Dario De Leonardis esiste nell’Internet dalla fine degli anni ‘90. È stato, in ordine sparso: hacker, grafico, web developer, brand designer, analista politico, edonista, spin doctor b-side dell’hinterland tarantino, UI designer, installatore software, attivista per i diritti di tutti quelli che non vogliono togliere diritti agli altri, tecnico informatico, ghost writer, organizzatore eventi, autore satirico, cattivo da fumetto, social media strategist/manager, communication expert e modello. Da curriculum accademico sarebbe critico letterario e teatrale ma si vergogna a dirlo. Ama il cinema d’azione indocinese e il progressive rock del nord-est europa. Tendenzialmente affronta i suoi problemi con il binge watching e il sarcasmo. Sa come si scrive una È maiuscola con l'accento e non con l'apostrofo usando le combinazioni ASCII. È fortemente convinto che una cosa si possa pubblicizzare e vendere anche se non esiste realmente e che un giorno le botnet sui social svilupperanno una coscienza propria e conquisteranno il mondo.

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