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Molto più che una passione: per Ferdinando Scianna “la fotografia è un’ossessione”.

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Ma il modo migliore per liberarsi di una ossessione, aggiunge con l’antinomica saggezza di un Oscar Wilde, è cederle. Arrendersi. “Molte foto della mia vita le ho fatte per far tacere la voce che dentro mi diceva: falla!”.

Un milione e duecentomila ossessioni placate riposano negli archivi del fotografo che cinquantacinque anni fa fu scoperto da Leonardo Sciascia a fotografare la Sicilia profonda, a fotografare la sua Sicilia “perché era lì” e lo sfidava a farsi fotografare, così come l’Everest sfidò Mallory a farsi scalare.

A 76 anni, rimettere le mani in quel magma etneo di immagini non deve essere stato facile, anche perché “la maggioranza di quelle foto fa schifo”, dice con la modestia che si può concedere chi ha avuto ampie prove del contrario, “e le poche buone sono solo domande a cui ho cercato di rispondere, ma magari la mia risposta è una sciocchezza”.

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Comunque sia, Viaggio racconto memoria, la mostra che ha voluto curare personalmente “prima che da antologica diventasse retrospettiva”, approdata alla casa dei Tre Oci di Venezia (a cura di Denis Curti), è dunque la storia di una ossessione felice, e del tentativo di trasformarla nel suo antipodo, l’appagamento.

Fotoreporter ad ampio spettro, dall’antropologia ai drammi planetari, dal reportage al ritratto alla moda, per la prima volta libero di scegliere cosa e come mostrare del suo lavoro, Scianna ha immaginato un’architettura pacificata, sparpagliando il contenuto della “cassapanca della mia vita”, estraendo le immagini dal contesto per cui erano nate (servizi per i giornali, o per i suoi 57 libri) e riordinandole in una ordinata tassonomia di capitoli e sottocapitoli tematici, i riti e i ritratti, le cose e le persone, i luoghi e gli eventi…

Solo per accorgersi, alla fin fine, che non tutte le fotografie si lasciavano assegnare tranquillamente alla loro casella come piccioni in una colombaia; rassegnandosi allora (ma no: divertendosi) a radunare in una saletta tutta per loro le fotografie “che non vogliono avere una destinazione ma vogliono comunque esistere”, e quella saletta chiamata vagamente Deambulazione è forse la più vicina al cuore e al senso della fotografia secondo Scianna.

Ovvero, il mestiere di chi lavora con “una materia prima senza nome: il caso”. Perché questo fa il fotografo, per Scianna. “Noi le foto non le facciamo, le riceviamo. È il mondo che chiede di essere fotografato”. Per il fotografo, la pura esistenza del mondo è una chiamata all’azione. Il reporter “è un cane da riporto, va, trova, porta a casa”, sostiene.

 

Continua su: Il caso non è il caos. Scianna e la sfida del mondo – Fotocrazia – Blog – Repubblica.it

Dario

Dario

Dario De Leonardis esiste nell’Internet dalla fine degli anni ‘90. È stato, in ordine sparso: hacker, grafico, web developer, brand designer, analista politico, edonista, spin doctor b-side dell’hinterland tarantino, UI designer, installatore software, attivista per i diritti di tutti quelli che non vogliono togliere diritti agli altri, tecnico informatico, ghost writer, organizzatore eventi, autore satirico, cattivo da fumetto, social media strategist/manager, communication expert e modello. Da curriculum accademico sarebbe critico letterario e teatrale ma si vergogna a dirlo. Ama il cinema d’azione indocinese e il progressive rock del nord-est europa. Tendenzialmente affronta i suoi problemi con il binge watching e il sarcasmo. Sa come si scrive una È maiuscola con l'accento e non con l'apostrofo usando le combinazioni ASCII. È fortemente convinto che una cosa si possa pubblicizzare e vendere anche se non esiste realmente e che un giorno le botnet sui social svilupperanno una coscienza propria e conquisteranno il mondo.

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