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«Ho inseguito l’atonalità, la musica dodecafonica, il ritmo sincopato del Jazz, per realizzare dei quadri che volgessero verso un’esperienza inedita del colore, insomma volevo provocare visivamente una sorta di pugno sullo stomaco».

Inizia così, con una tempesta radioattiva di parole, la mia chiacchierata con Ennio Finzi, classe 1931, l’ultimo degli spazialisti. Davanti a me un uomo che ha contributo a una svolta decisiva nella storia dell’arte contemporanea.

L’arte dopo il Covid. Abbiamo chiesto a Ennio Finzi cosa ne sarà (ninjamarketing.it) 1

Il Maestro Ennio Finzi

Effetto Gioconda: ti aspetti sempre chissà cosa quando incontri dei grandi personaggi, ma di solito non ci azzecchi mai. Il mio appuntamento con Ennio Finzi è in un vecchio bar di Corso del Popolo, a Mestre. Con un po’ di ironia mi piace chiamare questo vialone Völkstraße, perché mi ricorda la vecchia architettura socialista della Berlino Est. Nei tavolini di metallo scorrono caffè veloci, sigarette, sambuca e patatine aperte da un po’. Il curatore dell’Archivio Finzi mi anticipa che il Maestro è lì ogni giorno, sempre alla stessa ora, esattamente dalle 17:30 alle 18:30. Così da 20 anni.

Nel frattempo il bar ha cambiato gestione molte volte. Adesso al bancone c’è una famiglia di cinesi, ma gli spritz generosi sono sempre gli stessi e nessuno sembra badare troppo al resto.

Tutto cominciò da Lucio Fontana, lo spazialismo rivoluzionò le logiche dell’arte e Fontana ne era l’alfa e l’omega. Nel primo dopoguerra, le scoperte scientifiche, l’energia, la voglia di fare e di ricostruire non poteva essere contenuta nella tela. Lo spazio si doveva trasformare, la pittura diventava sinestetica. Dentro quelle pennellate c’era la TV, la musica, la tecnologia, la scienza, gli elettroni che premono sulla superficie squarciando quella tela che non bastava più, che improvvisamente era diventata vecchia, vecchissima.

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Dimensione Cosmica (1956)

Parliamo d’arte

La definiscono “l’ultimo degli spazialisti”, qual è l’eredità di Fontana e di quel gruppo a cui lei si era avvicinato così giovane?

«Mi chiamano così, “l’ultimo degli spazialisti”, ma le rivelo un segreto: in realtà non ho mai preso direttamente parte allo Spazialismo, nel senso che non ho firmato i suoi manifesti. Ma li frequentavo, eccome: negli anni cinquanta ho preso parte alle mostre collettive alla Galleria del Cavallino di Carlo Cardazzo, che era il centro di diffusione dello spazialismo. Lo spazialismo è un termine troppo generico e inclusivo. Anzi, sa cosa le dico? Lo Spazialismo è stato solo Fontana, punto».

Cosa ne pensa di questo periodo così particolare della nostra storia e della limitazione alle libertà individuali sorte come conseguenza del Covid?

«Non ho mai vissuto un periodo così fortemente alimentato dalla paura, nemmeno durante la guerra c’era questa sensazione di desolazione, nemmeno allora le attività umane vennero sospese. Fuori si combatteva ma le gente continuava a lavorare e vivere».

Con quale artisti del passato veneziano sente un legame empatico?

«La lezione fondamentale rimane quella di Emilio Vedova, la sua gestualità dirompente e l’energia che percepisci addosso quando sei davanti a una delle sue tele. Sul piano più concettuale e culturale Virgilio Guidi ha rappresentato per la mia generazione il vero riferimento. Guidi era un maestro, non tanto sul piano compositivo quanto piuttosto per le sue idee, per la sua fenomenologia della luce, per la sua grande cultura e per la modernità che sapeva ispirare la sua pittura, sempre diversa, sempre tesa a rinnovare se stessa».

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Cromovibrazione luce nero (1968)

Quale movimento artistico le ha trasmesso più libertà?

«Mi considero un astrattista patologico e, a parte una breve esperienza propedeutica, dal 1950 ho interrotto qualsiasi riferimento pittorico al reale. Quindi se c’è un movimento a cui ho guardato è senz’altro quello che riguarda la complessità della corrente astratta, sia nella variante geometrica e razionale di Mondrian, sia attraverso quella comunemente definita “lirica”, promossa da Kandinsky».

Quali momenti della storia dell’arte per lei sono stati decisivi per arrivare alla varietà e libertà d’espressione artistica che abbiamo oggi?

«L’astrattismo è stato il momento attraverso il quale l’artista ha finalmente potuto liberare la sua creatività, affrontando un mondo allora impensabile da indagare: quello interiore. All’inizio erano in pochi a comprendere che quel mondo era perfino più importante di quello esteriore, riconoscibile da tutti. Il visibile l’ho sempre ritenuto meno interessante, meno affascinante. Cos’è la vera bellezza? Secondo me non è quella che abbiamo sotto gli occhi».

Cosa comunica l’arte contemporanea oggi al tempo dei social media e della comunicazione di massa e che ruolo può avere per l’educazione al bello delle nuove generazioni?

«Al tempo in cui dipingevo con l’aerografo le mie forme luminose in…


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Dario

Dario

Dario De Leonardis esiste nell’Internet dalla fine degli anni ‘90.È stato, in ordine sparso: hacker, grafico, web developer, brand designer, analista politico, edonista, spin doctor b-side dell’hinterland tarantino, UI designer, installatore software, attivista per i diritti di tutti quelli che non vogliono togliere diritti agli altri, tecnico informatico, ghost writer, organizzatore eventi, autore satirico, cattivo da fumetto, social media strategist/manager, communication expert e modello.Da curriculum accademico sarebbe critico letterario e teatrale ma si vergogna a dirlo.Ama il cinema d’azione indocinese e il progressive rock del nord-est europa. Tendenzialmente affronta i suoi problemi con il binge watching e il sarcasmo. Sa come si scrive una È maiuscola con l'accento e non con l'apostrofo usando le combinazioni ASCII.È fortemente convinto che una cosa si possa pubblicizzare e vendere anche se non esiste realmente e che un giorno le botnet sui social svilupperanno una coscienza propria e conquisteranno il mondo.

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