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  • Aumenta il consumo sostenibile. Secondo una ricerca il 67% degli italiani si sente coinvolto sul tema della sostenibilità, soprattutto le donne tra i 35 e 54 anni   
  • L’impatto negativo del fast-fashion può avere delle alternative sostenibili a prezzo contenuto, come usato, fashion renting e riparazioni 
  • Le aziende prendono parte al cambiamento verso la sostenibilità, dalle certificazioni b-corp alla comunicazione positiva e ispirazionale

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Il 2020 è, ancora più del 2019, l’anno della sostenibilità e richiede un impegno maggiore e concreto da parte delle nazioni, delle aziende, dei consumatori verso il consumo responsabile.

Ci siamo lasciati alle spalle un 2019, che ha messo sotto la lente d’ingrandimento l’emergenza climatica, con Greta Thunberg, personaggio dell’anno secondo il Time, e Ursula Von der Leyen, Presidente della commissione europea, che con il piano European Green Deal intende transitare il vecchio continente verso la neutralità climatica entro il 2050.

In questo contesto di grande impegno e nuove sfide a cui tutti possiamo e dobbiamo prendere parte, come sta cambiando il nostro stile di vita? Come si stanno impegnando o possono concretamente farlo piccole e grandi aziende?

Acquisti e consumo sostenibile

Posate di plastica, cotton fioc, cannucce: oggetti della nostra quotidianità che oggi stanno piano piano scomparendo dalle nostre case e dai posti che frequentiamo a favore del consumo sostenibile. Ci dimostrano, come non solo nei progetti europei e mondiali, ma anche nel nostro comportamento di tutti i giorni qualcosa sta davvero cambiando.

Il report 5° Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile di Life Gate, su un campione di 800 italiani ci mostra che il 67% è coinvolto nei confronti della sostenibilità, per la maggior parte le donne dai 35 ai 54 anni professionalmente attive, diplomate o laureate.

Tra le abitudini sostenibili degli italiani abbiamo la raccolta differenziata (il 92%), l’utilizzo di elettrodomestici a basso consumo (77%), utilizzo limitato di bottiglie in plastica (40%), il consumo di cibo biologico (34%), l’utilizzo – quando necessario – di piatti e posate biodegradabili il (34%), infine il 17% utilizza capi di abbigliamento sostenibile e il 16% prodotti di cosmesi naturale.

consumo sostenibile. posate plastica
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Sul fronte acquisto gli italiani sono disposti a spendere di più per: lampadine led (79%); elettrodomestici a basso consumo (74%); prodotti bio (52%); energia rinnovabile (47%); abbigliamento naturale e sostenibile (24%).

Le motivazioni principali che ci spingono a fare acquisti sostenibili sono la responsabilità verso le generazioni future (91%), l’amore per l’ambiente (88%), ma anche cercare di stare bene con se stessi in modo sano e naturale (87%).

Riprendendo una frase di Greta Thunberg, del resto:

Nessuno è troppo piccolo per fare la differenza.

Ciò che negli ultimi tempi stanno incentivando soprattutto istituzioni e associazioni è una partecipazione attiva e comunitaria della popolazione, attraverso la condivisione di comportamenti e consumi sostenibili. L’obiettivo, oltre a ridurre il nostro impatto sull’ambiente, è di portare le nazioni e le aziende a prendere parte al cambiamento, mosse dalle scelte di portafoglio dei consumatori.

Esempi interessanti, che incoraggiano la partecipazione attiva sono l’iniziativa Saturday for Future di Asvis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) e la campagna promossa dall’Onu Act Now.

La sostenibilità costa, il fast-fashion no

Un’obiezione comune riguardo l’acquisto sostenibile è il costo alto, che non tutti sono disposti a sostenere.

Prendiamo come esempio la moda e il fenomeno del fast-fashion, cioè il settore nell’industria dell’abbigliamento che produce collezioni ispirate all’alta moda ma messe in vendita a prezzi contenuti e rinnovate in tempi brevissimi. Il fast-fashion produce tonnellate di rifiuti (molti capi invenduti vengono bruciati), consuma una quantità spropositata di acqua, utilizza coloranti nocivi, molti dei lavoratori sono sottopagati. Il Regno Unito è la nazione con maggior consumo di nuovi indumenti (26,7 Kg a persona), in Italia 14 Kg.

fast-fashion
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Un esempio di azienda che lavora nel fast-fashion e non si impegna per la sostenibilità è Missguided. Lo scorso giugno ha messo in vendita un bikini a 1£. Il materiale è 85% poliestere non biodegradabile e la scarsa qualità del prodotto lo farà diventare un rifiuto da smaltire in pochi lavaggi.

Nonostante le reazioni negative e la condanna dell’opinione pubblica, il settore del fast-fashion non è per niente in crisi, anzi è cresciuto. Acquistare un capo nuovo per pochi euro è del resto attraente, soprattutto per la fascia degli adolescenti.

Ci sono tuttavia alternative economiche che stanno crescendo e ci permettono di cambiare velocemente l’armadio, unendo maggiore…


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