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Inizialmente spaventano, ma se vengono ripetuti all’infinito diventano cliché: come al cinema, anche i videogiochi horror sono ormai intrisi di luoghi comuni del genere che, a un utente un po’ più navigato, quasi fanno sorridere.

L’ultimo arrivato in ordine di tempo è Resident Evil Village di Capcom: un titolo che ribalta completamente i canoni della serie, un’antologia dell’orrore che utilizza figure iconiche come vampiri, lupi mannari e streghe. Sicuramente innovativo per la saga, ma che strutturalmente non rinuncia ai classici canoni dei videogiochi horror.

Non lo nascondiamo: Alcina Dimitrescu ha il suo fascino.

Alone in the Dark

Il primo a gettare le basi per i cliché, rubandoli a cinema e serie tv, è stato Alone in the Dark (1992), con la sua grafica 3D primitiva. Iconico sarà l’assordante rumore dei passi del giocatore, come stratagemma per aumentare la tensione. Sarà poi ripreso da Resident Evil (1996): il problema è che a lungo andare questo scalpiccio diventa solo fastidioso.

Jumpscare a buon mercato

Il cosiddetto jumpscare è lo spavento immediato, causato da uno zombi che sfonda improvvisamente una finestra, un mostro che emerge dalle acque, oppure le classiche mani dei non-morti che si palesano all’improvviso in Resident Evil 2 (1998). Anche i titoli più recenti fanno un largo uso di questo espediente, mutuato chiaramente dai più famosi film horror.

A lungo andare però sembra una scorciatoia che sostituisce l’assenza di idee più innovative per spaventare davvero il giocatore.

Raccontare la storia tramite note scritte

Questo forse è uno dei cliché più fastidiosi dei videogiochi horror: durante l’esplorazione capita spesso di imbattersi in note o diari scritti da persone che da lì a poco sarebbero morte (finisce sempre così). Accade ad esempio molto frequentemente in The Last of Us Parte II


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