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Un ingegnere dipendente di Facebook ha pubblicato una durissima lettera di dimissioni in cui accusa l’azienda di “lucrare sull’odio” e la critica per “la scelta di voler stare dalla parte sbagliata della storia”.

“Me ne vado perché non posso più sopportare di far parte di un’organizzazione che lucra sull’odio negli Stati Uniti e nel mondo”, scrive Ashok Chandwaney nella lettera che il Washington Post è riuscito a procurarsi.

Chandwaney, che riferendosi alla sua persona usa i pronomi they, them e theirs – loro – nel rispetto dell’identità di genere, ha pubblicato la lettera sulla rete interna dei dipendenti martedì, dichiarando che era il suo/su* ultimo giorno di lavoro dopo cinque anni e mezzo in azienda. Nella lettera argomenta in modo dettagliato il modo in cui Facebook non sia riuscita ad applicare i suoi cinque valori fondamentali in relazione alla gestione delle manifestazioni di odio sulla piattaforma. Questi valori sono: “essere coraggiosi”, “valutare le conseguenze”, “agire rapidamente”, “essere aperti”, “creare valore sociale”.

“L’assenza di tali valori nel modo in cui l’azienda ha affrontato l’incitamento all’odio ha intaccato la mia fiducia nella sua volontà di eliminarlo dalla piattaforma”, ha scritto Chandwaney.

“Per me essere coraggiosi significa vedere che c’è una cosa difficile da fare e, sapendo però che è giusto farla, rimboccarsi le maniche e buttarsi”, scrive, sottolineando il comune sentire secondo cui eliminare i contenuti che incitano all’odio è difficile. “Il coraggio non è, invece, rinunciare ad applicare i suggerimenti dei difensori dei diritti umani…. come abbiamo fatto noi”.

La lettera di Chandwaney è piena di link che rimandano a casi specifici in cui Facebook non è stata all’altezza dei suoi principi, come quando l’azienda ha ostacolato un’indagine sul genocidio in Myanmar e non ha rimosso un evento in cui si incoraggiava a sparare e a uccidere i manifestanti a Kenosha. Il testo fa anche riferimento al famigerato post del presidente Donald Trump del 29 maggio, in cui si legge “quando iniziano i saccheggi, si inizia a sparare”, che Facebook si rifiuta tuttora di rimuovere. Al contrario, Twitter ha nascosto un post di Trump in cui veniva usata la stessa frase, per “incitamento alla violenza”.

“Ogni giorno in cui ‘quando iniziano i saccheggi, si inizia a sparare” rimane visibile è un giorno in cui decidiamo di minimizzare il rischio regolatorio a spese della sicurezza di neri, indigeni e persone di colore”, ha scritto Chandwaney.

“Mi è stato detto ripetutamente che ‘Facebook agisce molto più rapidamente di {azienda x}’. Nel mio lavoro, agire rapidamente si traduce in una propensione all’azione: quando mi trovo di fronte un problema, mi attivo in fretta per trovare una soluzione. A volte, questo vuol dire scoprire l’esistenza di un bug durante una riunione di lavoro ed eliminarlo prima che la riunione sia finita. La differenza tra questo approccio e quello con cui gestiamo le campagne di odio sulla piattaforma è sconvolgente”.

Chandwaney ha espresso una tale delusione per l’inerzia di Facebook da arrivare a pensare che la verifica sui diritti civili non fosse altro che una mossa per motivi di immagine. I risultati dell’indagine, durata…


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Dario

Dario

Dario De Leonardis esiste nell’Internet dalla fine degli anni ‘90. È stato, in ordine sparso: hacker, grafico, web developer, brand designer, analista politico, edonista, spin doctor b-side dell’hinterland tarantino, UI designer, installatore software, attivista per i diritti di tutti quelli che non vogliono togliere diritti agli altri, tecnico informatico, ghost writer, organizzatore eventi, autore satirico, cattivo da fumetto, social media strategist/manager, communication expert e modello. Da curriculum accademico sarebbe critico letterario e teatrale ma si vergogna a dirlo. Ama il cinema d’azione indocinese e il progressive rock del nord-est europa. Tendenzialmente affronta i suoi problemi con il binge watching e il sarcasmo. Sa come si scrive una È maiuscola con l'accento e non con l'apostrofo usando le combinazioni ASCII. È fortemente convinto che una cosa si possa pubblicizzare e vendere anche se non esiste realmente e che un giorno le botnet sui social svilupperanno una coscienza propria e conquisteranno il mondo.

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