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Partiamo dalla fine: Facebook, Twitter, Instagram e Snapchat hanno intrapreso azioni senza precedenti e hanno bloccato il presidente uscente degli Stati Uniti, Donald Trump, reo di aver aizzato i manifestanti che hanno preso d’assalto Capitol Hill. Una soluzione probabilmente coerente, considerata la pericolosità delle parole di Trump (che comunque hanno avuto tempo e modo di arrivare a milioni di persone).

C’è un aspetto di questa storia, però, che sta ponendo grossi interrogativi fra gli analisti. E cioè il dubbio che ogni azione intrapresa sia arrivata troppo tardi. Perché che Trump abbia sguazzato per anni nella giungla dei social media è un fatto assodato. E prima di maggio 2020 (quando Twitter etichettò per la prima volta un tweet del tycoon come “fuorviante”), i messaggi di Trump – anche quelli palesemente ingannevoli – non avevano trovato alcun ostacolo, arrivando a milioni di follower e senza alcun contraddittorio.

Allora proviamo a ragionare su questo tweet di Christopher Wylie:

Wylie è il whistleblower che un po’ di tempo fa fece scoppiare il caso Cambridge Analytica. Rispetto all’assedio di Capitol Hill, Wylie sostiene che Facebook abbia una responsabilità enorme: “Queste persone sono state tutte radicalizzate su Facebook. Questo evento è stato organizzato su Facebook. Questa violenza è una manifestazione inevitabile della cospirazione, del vetriolo e dell’odio nutriti quotidianamente su Facebook”.

Cosa è successo in questi mesi

Trump ha utilizzato Twitter e Facebook prima per vincere le elezioni contro Hillary Clinton, poi per comunicare coi suoi elettori (in una campagna elettorale perenne) durante gli anni del suo…


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