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Al confine tra Gorizia e Nova Gorica il muro della Cortina di Ferro era riapparso in piazza della Transalpina.

Questa volta, a dividere Italia e Slovenia, c’era una squallida rete metallica, di quelle da cantiere, con appese le solite circolari. Un manifesto ingiallito sulla strada per Jesolo ricorda che nessuno è stato al concerto di James Blunt, il 27 marzo a Padova, e che dopo non ci sono stati altri concerti, né altri manifesti.

Eppure la gente corre verso il mare, in una realtà un po’ sospesa tra il trauma di ciò che è stato e i fantasmi di ciò che sarà.

Lera della paranoia intervista a Gianluca Falanga del Museo della -
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Foto: David Mazzerelli

Dicono tutti che che dovremo scordarci la vita di prima. Un cartello alla porta di un hotel sul lungomare dice: “Alla prossima stagione!”.  I media sono generosi di profezie sul futuro ma scarseggiano i commenti di chi si chiede come mai un virus proveniente dalla Cina abbia trasformato la nostra società in una puntata di Black Mirror.

Tempo di bilanci: quando è stato il momento esatto in cui abbiamo deciso che la sospensione delle libertà fondamentali fosse una cosa accettabile?

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Covid-1984

Ricordo un libro che avevo letto e un museo che avevo visitato, quattro anni fa. Il libro si chiama “Il Ministero della Paranoia” e il luogo è l’ex Ministero della Sicurezza di Stato, a Berlino. Cerco l’autore, Gianluca Falanga, classe 1977, a Berlino da vent’anni.

Lo trovo, non senza qualche difficoltà (come giusto che sia, dato il suo lavoro, penso tra me e me). Oltre che uno storico, Gianluca è anche è il responsabile dei programmi culturali al museo della Stasi a Berlino Est, all’ex penitenziario della Stasi di Hohenschönhausen e al Memoriale di Lindenstraße a Potsdam.

Fissiamo di sentirci al telefono, mi chiede di anticipargli di cosa parleremo: gli mando due cose su WhatsApp, la prima è un graffito sui muri di Mestre, in cui un geniale writer ha scritto “Covid-1984”. Il secondo è un articolo di Repubblica: “4 italiani su 10 reputano giusta la sospensione della democrazia”.

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Gianluca Falanga

Entrambi hanno percepito un’anomalia nel sistema: sia chi ha preso spray e bomboletta sia chi ha risposto al sondaggio. Come mai le conclusioni sono così differenti?

«Il romanzo di Orwell racconta un futuro distopico – sottolinea Gianluca – chi ha fatto quella scritta credo si riferisse all’atmosfera del sospetto da Guerra Fredda, paragonata all’attuale situazione sociale».

Abbiamo trovato la prima analogia tra il mondo della Stasi e il nostro tempo post-Covid? «Il senso del sospetto è sicuramente un elemento inquietante che hanno in comune queste due realtà», conferma Falanga.

Se prima purtroppo la diffidenza era per lo più concentrata verso chi era percepito “diverso” da noi, adesso la stessa diffidenza diventa onnicomprensiva. Non stiamo parlando solo del celebre elicottero di Barbara D’Urso in diretta TV, ma anche della spinta a denunciare il tuo vicino “irresponsabile” ovunque e comunque.

Chi “fa la spia” parte sempre da tre presupposti: che ci sia una convenienza nel farlo (la propria incolumità, in questo caso?), che la legge vigente sia giusta e che il pensarla diversamente sia un atto meritevole di sanzione economica e reprimenda sociale.

«La Stasi questo meccanismo lo conosceva, lo alimentava e ne faceva da regia, generando nelle persone il sospetto e dando loro gli strumenti per alimentarlo. Nei nostri tempi caotici il sospetto è mosso dalla paura: più grande è il caos, più grande è la paura».

Catastrofismo da TG

La narrazione mediatica di questi mesi è sicuramente una delle parti più complesse dell’intera questione. Quel è stato il motivo di questo martellante “mood catastrofistico”? Ragionare solo in termini di copie vendute, audience o click sembra riduttivo.

Il paragone con l’epoca della Stasi stavolta è facile: «Con mio grande stupore – sottolinea Falanga – i media hanno messo in scena un flusso informativo a senso unico con pochissime voci contrarie. È stato interessante anche notare la campagna violenta contro chi organizzava, o anche soltanto dichiarava di voler organizzare, manifestazioni di dissenso».

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La comunicazione da “chiudete tutto o moriremo tutti” sembra in contrasto con quello che eravamo abituati a sentire: sacrosante apologie della democrazia, del dissenso e della libera manifestazione di pensiero. Ci avevano ripetuto fino alla nausea che eravamo vaccinati da 70 anni di democrazia, che non avremmo mai più permesso a uno Stato nazionale di violare la nostra libertà. E se anche qualcuno avesse soltanto osato proporlo ci sarebbe stata un’opinione pubblica che si sarebbe opposta in maniera netta.

Falanga è tranchant: «Non credo esistano vaccini per tutto questo. Molte generazioni non hanno mai respirato l’aria di regime, così come altrettanti giornalisti, ma hanno conosciuto timori e insicurezze, ed è proprio nell’insicurezza che germoglia il desiderio…


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