Cos’è un’opinione “libera e controcorrente”? Bisogna cercare di capirlo per spiegarsi perché 150 intellettuali abbiamo sottoscritto su Harper’s Magazine una lettera aperta contro la cancel culture. Alcuni, a scoprire chi aveva firmato con loro, hanno poi fatto retromarcia. Tra chi è rimasto, Noam Chomsky, Salman Rushdie, Margaret Atwood e J. K. Rowling. Scrittori e pensatori di tutto rispetto uniti nel dire: la lotta per più diritti e il riconoscimento delle minoranze va bene, ma rischia di limitare la libertà di espressione.

Sarà vero?

È in fondo l’accusa che si muove da anni alle nuove generazioni come ai movimenti per i diritti. Il presupposto è che le minoranze — che minoranze non sono più, bensì maggioranze — cancellate fino ad oggi dalla storia, siano impazzite e ora minaccino di prendersela a loro volta con tutto ciò che c’è di bello nel mondo per sostituirsi ad esso: dalla statua abbattuta nella piazza di un paese sconosciuto, a cui nessuno fino ad ora faceva caso, al sostegno ad una legge in Italia per penalizzare l’omofobia e la misoginia, che la Cei ritiene “liberticidia”, perché renderebbe più difficile minare la dignità queer.

Ognuno dei firmatari della lettera deve aver avuto un motivo particolare per sostenere il manifesto, che di per sé è vago in molti punti: no ai processi sommari sui social, si legge, e su questo siamo tutti d’accordo. Non si tiene però conto del perché siamo arrivati alla cancel culture, né di che cos’è.

Se cancel culture pare confuso come termine, lo è, perché sotto il suo ombrello vengono riassunte molte cose. C’è la gogna social di Twitter, che “cancellerebbe” a suon di critiche e insulti chi ha una visione opposta — lo fa, nel bene e nel male. Ma vi finiscono anche le scelte pusillanime di aziende che non hanno alcuna intenzione di difendere chi finora gli è valso milioni di introiti e al primo accenno di problemi licenziano, “cancellano”, cambiano nome, sospendono, non importa se abbia senso. Tutto pur di rifarsi agli occhi del pubblico come compagnie attente all’attualità e lucrare sulla wokeness, l’attenzione ai problemi sociali e razziali. L’universo, in questo, ha un’ironia crudele: un tempo dagli uffici federali americani venivano licenziati gli omosessuali.

Scorrendo le applicazioni dell’idea di cancel culture si arriva alla resa dei conti di chi, finora cancellato dalla storia, chiede che la statua di quel notorio schiavista dei suoi antenati, come il nome di quella squadra di football che offende la memoria dei suoi avi, cambi, cada, sbatta faccia a terra (la versione americana di Mashable ha persino compilato una guida su come abbattere le statue). Perché se la storia contemporanea è stata costruita sulle spalle degli altri, occorre adesso un ripassone e far posto, in pubblica piazza, per avere una storia nuova che sia costruita da tutti.

Il #MeToo è stato accusato di cancel culture: Kevin Spacey finì alla sbarra per aver abusato di un ragazzo, ma nel 2019 le accuse caddero. Harvey Weinstein, individuato come molestatore e stupratore seriale da un’inchiesta del New York Times nel 2017, è stato condannato e ha patteggiato, con cifre milionarie. Un innocente, un colpevole: morale, mai buttare via la chiave senza le prove e un processo, ma la sporcizia c’era e c’è ancora. Si veda il caso Woody Allen:…


Leggi di più su: it.mashable.com

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