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Per distruggere una metropoli bastano pochi secondi. Ne siamo tutti orribilmente consapevoli da quel giorno in cui uno dei crimini più grandi della storia si abbatté su Hiroshima. La tragedia di Beirut ce lo ha ricordato ancora, come hanno fatto, negli anni, le scene altrettanto drammatiche di altre città ferite o bruciate, da Sarajevo alle macerie che costellano la Siria alla stessa Beirut della guerra di appena quindici anni fa.

La marina di Beirut dopo il disastro. A sinistra gli edifici più colpiti.

Quei pochi secondi di energia distruttiva che nel pomeriggio del 4 agosto hanno lasciato un cratere nel porto di Beirut, frantumando nell’onda d’urto ogni cosa nel raggio di interi isolati, sono l’ennesima doccia fredda sulla fragilità delle nostre città. Un incubo che si è svelato in diretta social, quando sono apparse le scene sorprendenti del boato e del fungo dell’esplosione, con una potenza orrorifica delle immagini simile forse solo ai bombardamenti in diretta tv di Belgrado negli anni Novanta. Nessuna bomba, in questo caso, ma davvero, per alcuni istanti, dai video è parso quello che descrisse Ray Bradbury in Fahrenheit 451, quando il protagonista assiste immobile alla scomparsa di una metropoli e nel tempo di un battito di ciglia gli sembra di vedere la città sospesa e ricomposta in aria durante la deflagrazione prima di ricadere distrutta.

1596664596 337 Perche non riusciamo a smettere di vedere i video -
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I fotogrammi dell’esplosione da uno dei video condivisi su Twitter.

L’ennesima catastrofe in diretta Twitter, dunque. Milioni di utenti e spettatori a cui è sembrato davvero di vedere quel fungo sollevarsi in cielo quasi fuori dalla propria finestra, in un sentimento condiviso della tragedia e dell’immaginario, sepolto negli ultimi tempi, dell’olocausto nucleare che l’esplosione, di tutt’altra e più mite natura, ha evocato.

Perché Beirut, con la sua marina di grattacieli e ristoranti e viadotti, può essere il ritratto per antonomasia di una città del Terzo millennio in cui chiunque di noi potrebbe riconoscersi o pensare di vivere o quantomeno trovarsi, una volta nella vita.

Chi tuttora non riesce a smettere di rivedere con orrore i video dell’esplosione (quello condiviso su Twitter dal corrispondente dell’Indipendent Borzou Daragahi ha raggiunto 55 milioni di visualizzazioni), è preso in un circolo vizioso in cui riconosce di fotogramma in fotogramma lo specchio capovolto di casa propria: un insieme di vetrine, terrazze, balconi e finestre, ma anche di automobili parcheggiate e marciapiedi alberati, sensibili a quell’urto e unico panorama per gran parte del mondo. Per un attimo, i cittadini di ogni dove hanno sovrapposto Beirut alla propria città. Così ricorderemo il 4 agosto.

È un po’ quello che accade in uno dei racconti di Haruki Murakami, parte della raccolta Tutti i figli di Dio danzano. Di fronte alle immagini del terremoto di Kobe del 1995, la protagonista non può che rimanere incollata di fronte allo schermo e pensare di rivedere in Kobe la propria città. Il terrore la blocca alla televisione per giorni interi.


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