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Dopo mesi di pandemia si contano i danni causati dal Covid-19 al mondo del lavoro, non solo in termini economici ma anche e soprattutto per quanto riguarda il benessere psico-fisico dei lavoratori. Per la maggior parte di loro, in Italia e nel mondo, il 2020 sarà ricordato come l’anno più stressante di sempre, un periodo di intensi e inattesi squilibri organizzativi ed emotivi. A voler essere precisi, otto lavoratori su dieci si dichiarano stremati dai continui adattamenti richiesti dall’emergenza, lamentano una condizione occupazionale colma di ansia e ritengono che la propria azienda non faccia abbastanza per sostenere il loro benessere. Addirittura nove persone su dieci affermano come il disagio professionale si rifletta nella loro privata quotidianità, sotto forma di crescente insonnia, stress e depressione da mancanza di socializzazione. Si lavora male, si vive male.

Dov’è la salvezza? Non nell’uomo. Sappiate che il lavoratore alienato e spossato dichiara senza paura di preferire l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale, di un robot o di un Chatbot (un software progettato per sostenere una conversazione con un essere umano), al supporto emotivo di un collega o del proprio manager.

A rivelare questi dati è una ricerca condotta dall’azienda informatica Oracle Cloud, fornitrice di server, storage, reti e servizi a clienti in tutto il mondo, in collaborazione con la società di consulenza Workplace Intelligence, con lo scopo di portare all’attenzione quello che Dan Schawbel, managing partner della Workplace, definisce come “il più grande problema della forza lavoro del nostro tempo e del prossimo decennio“, ovvero la salute mentale dei dipendenti e il loro rapporto con le nuove tecnologie.

Il sondaggio, condotto tra il 16 luglio e il 4 agosto 2020, ha visto coinvolti oltre 12.000 intervistati, tra cui dipendenti di età fra i 22 e 74 anni, manager, leader delle risorse umane e alti dirigenti provenienti da 11 paesi del mondo (Stati Uniti, Regno Unito, Emirati Arabi Uniti, Francia, Italia, Germania, India, Giappone, Cina, Brasile e Corea). A tutti sono state poste domande generali volte a rilevare l’impatto psicologico del Covid-19 sulle loro vite, a capire le conseguenze dello smart working e a esplorare la percezione diffusa del ruolo giocato dall’AI e da strumenti di interazione artificiali, come i chatbot, sul posto di lavoro.

Quel che è emerso è che le persone vogliono di più dalla tecnologia. Le aspettative generali si sono elevate, c’è la consapevolezza di vivere nel pieno dell’era digitale e la voglia di sfruttare i vantaggi delle innovazioni tecnologiche sia in termini di maggiore efficienza produttiva, sia come, ed è questo il dato più sorprendente, imprescindibile sostegno mentale ed emotivo.
Basti pensare che il 68% degli intervistati preferirebbe parlare con un robot piuttosto che con il proprio manager dello stress e dell’ansia sul lavoro e l’80% delle persone si dichiara disponibile ad avere un robot come terapeuta o consulente. Solo il 18% ha dichiarato che preferirebbe aprire un discorso sulla propria situazione psicologica con una persona invece che con una intelligenza artificiale: la maggioranza di essi ritiene che un’intelligenza artificiale…


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