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Non si compra online. Non si installa sul pc. La Gestalt non è un nuovo software di postproduzione. O forse sì, a pensarci bene.

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Brian Dilg: II-02, position 2016-02-02-062 © Brian Dilg, g.c.

Di manuali pratici per fare buone foto traboccano le librerie. Mi dicono che sia il genere più venduto sullo scaffale dei libri di fotografia.

Che è un buon segno, perché vuol dire che tanta gente non è soddisfatta delle foto che normalmente gli vengono e vorrebbe farne di migliori.

Che è un cattivo segno, perché vuol dire che tanta gente fa brutte foto.

(Anche vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, in fondo, è un problema di Gestalt…).

Ora, questi manuali si somigliano un po’ tutti. Hanno pagine lucide, preferibilmente formato quadrotto perché tiene bene sia le foto orizzontali che verticali, e di foto ce ne sono tante, molto wow!, effetto “ecco vorrei farle proprio così”.

Il problema di questi manuali è che, quando ti devono dire come fare a farle “proprio così”, tutto quello che sanno darti è un po’ delle solite formulette da fotoamatori, decentra il soggetto, semplifica, stai attento allo sfondo, le diagonali, la chiocciola della sezione aurea che nessuno ha mai capito bene come si adopera, eccetera.

Ora, che gli autori se ne rendano conto o meno, queste formulette che si copiano stancamente l’un l’altro e che nessuno spiega perché dovrebbero funzionare, sono tutte più o meno cascami di Gestalt, la psicologia della percezione.

Quella scuola di pensiero che ci ha insegnato come il nostro occhio, prima ancora che intervengano decisioni volontarie e razionali, organizza quel che vediamo in insiemi dotati di senso.

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Brian Dilg: III-08, implied relationships 2004-02-28-008 © Brian Dilg, g.c.

Solo che non te lo possono dire,che ti stanno vendendo una Gestalt for dummies, perché magari il fotoamatore si spaventa con certi paroloni.

Uno però ha trovato il coraggio, e vale la pena di segnalarlo. Questo Brian Dilg, presentato come “affermato direttore della fotografia” nel retrocopertina, a me ignoto, ma abbastanza simpatico. Ha scritto questo suo Ti piace questa foto?, sottotitolo La scienza della percezione applicata alla fotografia.

Dove insomma, se le ricette alla fine son più o meno sempre le stesse, almeno ci vien detto che c’è un perché. Ci vien detto, che non è mai inutile ripeterlo, che quel  che vediamo non è il reale, ma una organizzazione del reale percepito.

Che “l’esperienza che ci aiuta a sopravvivere finisce per lasciarci scioccati quando una fotografia ci mostra quanto diversa sia la realtà dalla percezione che ne abbiamo”.

Che le foto che di solito troviamo buone non sono buone perché fotografano belle cose, non perché “esprimono sentimenti”, ma perché accarezzano i nostri meccanismi percettivi, perché fabbricano artificialmente quella organizzazione formale soddisfacente e sensata del reale che il nostro occhio altrimenti farebbe più fatica a ricostruire.

Posso dirlo? Come tutti i manuali del suo genere, anche questo utilizza la psicologia della percezione come un giochetto un po’ ruffiano. Ma almeno questo non nasconde le sue carte. E se le fa giustificare da qualche intervista, non banale, a professori e psicologi.

Vuole il caso che stessi leggendo, quando questo libro mi è arrivato, il testo base di uno dei padri della Gestalt, Wolfgang Köhler, pubblicato negli anni Trenta.

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Brian Dilg: II-02, position in frame 2012-01-25-006 © Brian Dilg, g.c.

Dove ci viene spiegato che la visione è una suadente maliarda, che ci fa credere che quello che vediamo sia più o meno come quello che c’è lì. Ma che questa corrispondenza spontanea tra percezione e realtà, questa trasparenza della visione, non è data, ma costruita.

Che quello che si deposita sulla retina sarebbe un mosaico di percezioni incomprensibili alla mente se non intervenisse quel “pensiero visivo” che riordina le tessere in gruppi coerenti, secondo i noti principi di coerenza, continuità, stabilità, costanza, economia.

Insomma è così, che l’occhio (diciamo così, per dire qualcosa che sta da qualche parte nella fisiologia della visione) photoshoppa il prelievo primario della fotocamera cristallino-retina, sistemando un po’ il disordine, raggruppando, esaltando, contrastando… fino a quando quel che “vediamo” tende a dare una buona spiegazione di quel che “c’è”.

Il bello è che questo meccanismo funziona benone (tranne quando le illusioni ottiche lo deragliano – gli psicologi della Gestalt infatti si divertono moltissimo con le illusioni ottiche).

E alla fine l’organizzazione del percepito recupera quello che la nostra visione oculare ha semplificato, recupera quello che “è perduto nei messaggi che vengono a colpire la retina”.

Ora, mi chiedo se era proprio il caso di raccontargliela così, ai fotoamatori che vogliono fare foto più belle. Perché questa idea, che l’organizzazione vale più della visione primaria, è precisamente la filosofia della post-produzione.

Sapete, i guru di Adobe vanno in giro a dire che quando fate clic col bottone della fotocamera, non state ancora facendo fotografia, perché quello è solo un “pre-scatto”. La fotografia, dicono (piuttosto interessati), è quella che esce dal vostro smanettamento con i pulsantini, i menù a tendina, i layer e le curve di livello.

E allora mi pento, perché lo dovrei sapere che percepire una immagine e produrne una sono due cose diverse, che l’analogia fra occhio e fotocamera è fallace, che la visione cerebrale e la cattura fotografica sono due cose molto diverse.

Insomma, non fidatevi del mio paragone. La psicologia della Gestalt ci spiega come riusciamo a vivere bene nel mondo, ma temo che se ci prende troppo la mano la fotografia della Gestalt ci invogli un po’ ad ammazzare la fotografia.

Sorgente: Vuoi fare buone foto? Usa la Gestalt – Fotocrazia – Blog – Repubblica.it

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