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Washington chiama censura l’interruttore australiano dell’algoritmo

L’amministrazione Trump ha trovato la censura in un interruttore che l’Australia vuole mettere in mano agli utenti. Il 22 settembre, ultimo giorno della consultazione pubblica sulla nuova legge australiana per la sicurezza online, l’ambasciata degli Stati Uniti a Canberra ha pubblicato una risposta formale che chiede di esentare le piattaforme americane.

La legge si chiama Digital Duty of Care, dovere di diligenza digitale, ed è ancora una bozza. Impone a social network, servizi di gioco e chatbot di progettare i propri prodotti in modo sicuro per i minori di 18 anni. E contiene l’interruttore: chi usa un social potrà spegnere il feed deciso dall’algoritmo e vedere, di default, i contenuti delle persone che segue.

La mano sull’interruttore

Il testo dell’ambasciata mette insieme due obiezioni. La prima riguarda la definizione di “danno prevedibile”, che secondo Washington sarebbe abbastanza vaga da spingere le piattaforme a censurare in via preventiva per evitare multe. La seconda riguarda proprio l’interruttore: gli Stati Uniti si dicono preoccupati da obblighi di progettazione come i feed cronologici imposti o i sistemi di raccomandazione da attivare su richiesta.

Il primo ministro Anthony Albanese, a New York per l’Assemblea generale dell’ONU, ha risposto che la riforma non dà più potere al governo e serve a restituire alle persone il controllo su ciò che ricevono sui loro dispositivi. Nella consultazione Washington aveva chiesto anche di ritirare ogni piano che obblighi le piattaforme a ridurre la visibilità dei contenuti.

L’interruttore europeo

Nell’Unione europea un interruttore simile esiste già. L’articolo 38 del Digital Services Act, il regolamento europeo sui servizi digitali, obbliga le piattaforme molto grandi a offrire almeno un sistema di raccomandazione non basato sulla profilazione, cioè sulla raccolta dei dati di comportamento dell’utente: è scritto nel testo dal 2022. Che l’interruttore esista non vuol dire che sia comodo da trovare: a marzo l’associazione European Digital Rights ha denunciato YouTube proprio perché quell’opzione sarebbe difficile da raggiungere.

La reazione di Washington al regolamento europeo è già scritta nei registri dei visti. Il 23 dicembre 2025 il dipartimento di Stato ha vietato l’ingresso negli Stati Uniti a Thierry Breton, l’ex commissario europeo che aveva guidato il Digital Services Act. Lo stesso divieto è toccato a quattro attivisti contro la disinformazione, con l’accusa di aver costretto le piattaforme americane a censurare. Emmanuel Macron parlò di intimidazione e di coercizione contro la sovranità digitale europea.

Chi paga la bolletta

Una parte della lettera si spiega senza ideologia. Il testo australiano contiene più dell’interruttore: dà all’autorità per la sicurezza online nuovi obblighi da far rispettare e aggiunge oneri nuovi al modello di business delle grandi piattaforme. L’obiezione sulla libertà di parola ha una presa reale dove la legge affida a un’autorità la definizione di “danno”, e molto meno dove si limita a lasciare all’utente la scelta di un feed cronologico.

Il resto lo spiega la stessa ambasciata. Le piattaforme, scrive, costruiscono le funzioni su scala globale: una modifica imposta dall’Australia cambierebbe l’esperienza degli utenti ovunque, americani compresi, e più Paesi con regole simili porterebbero verso il regime più restrittivo. Washington, in altre parole, non teme che gli australiani spengano l’algoritmo. Teme che l’interruttore, una volta montato a Canberra, finisca di serie su tutti i telefoni.

Crediti immagini: Social Media Today

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