Un milione di persone ha etichettato slop gratis per LinkedIn

Il tasto di segnalazione dello slop nel menu di un post su LinkedIn

Il tasto per segnalare lo slop su LinkedIn non punisce nessuno. Serve a raccogliere etichette, e in due settimane dal lancio lo ha premuto gratis oltre un milione di iscritti. Slop è il materiale generato a macchina in serie e riversato online a peso: rifinito, lungo, privo di qualunque cosa somigli a un’esperienza.

Il pulsante è comparso a fine luglio nel menu di segnalazione dei post, con la dicitura che dice esattamente quello che pensa chi la preme. Non è un eufemismo aziendale. LinkedIn ha scelto di stampare la parola slop dentro il proprio prodotto, il che dice già abbastanza su quanto ne fosse pieno.

Quello che il tasto fa è molto meno di quello che sembra. Premerlo non riduce la diffusione del post segnalato: agisce sul feed di chi segnala e basta. Il responsabile di prodotto per i creator, Sam Corrao Clannon, ha precisato che non è un canale per segnalare violazioni delle regole. Il responsabile di prodotto Hari Srinivasan ha aggiunto che nessuna segnalazione singola determina la distribuzione di un contenuto.

Il turno non pagato

Il lavoro vero lo fanno i classificatori, cioè i programmi che assegnano un’etichetta a ogni post, e quelle segnalazioni sono il materiale con cui si addestrano. L’8 ottobre il vicepresidente dell’ingegneria Tim Jurka ha descritto il metodo. Modelli grandi inseguono i nuovi schemi dello slop e producono gli esempi su cui si addestrano modelli più piccoli e veloci. Accanto a loro lavorano agenti che valutano i post contro una regola assegnata e girano ai revisori umani i casi che non sanno risolvere.

La cifra messa in vetrina è il 94% di precisione nel riconoscere lo slop fra i post che escono dalla cerchia dei contatti diretti. Precisione, in questo mestiere, vuol dire una cosa sola: fra i post che il sistema etichetta, novantaquattro su cento sono davvero slop. Non dice quanti ne lascia passare, e quella è l’altra metà del problema. Ad agosto l’azienda aveva già rivendicato un calo del 40% nelle visualizzazioni dei contenuti che definisce così.

Chi ha premuto il tasto ha svolto un turno di annotazione per una piattaforma da miliardi di dollari. In cambio ha ricevuto un feed personale un po’ più pulito. È lo stesso scambio dei captcha che per anni ci hanno fatto ricopiare numeri civici per addestrare le mappe, con la differenza che qui nessuno fingeva nemmeno di proteggere un sito.

La definizione è il punto debole

Lo slop secondo LinkedIn è il contenuto rifinito nella forma e vuoto nella sostanza, pubblicato per occupare spazio e raccogliere attenzione senza fatica. Chi ha passato cinque minuti su quella piattaforma prima del 2022 riconoscerà la descrizione: è il genere nativo di LinkedIn, l’aneddoto motivazionale con la morale in fondo, molto tempo prima che un modello linguistico lo scrivesse al posto nostro. La macchina non ha inventato il registro, ne ha soltanto azzerato il costo di produzione.

Una piattaforma che chiede agli iscritti di riconoscere i testi vuoti sta ammettendo che il suo algoritmo, da solo, non sa distinguere un post pieno da uno vuoto. Per anni quei post vuoti li ha premiati. Adesso li fa cercare a un modello addestrato a fiutare la propria specie.

Crediti immagini: LinkedIn

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