Nel tentativo di arginare gli esorbitanti costi infrastrutturali legati alla gestione dei modelli linguistici di grandi dimensioni, OpenAI ha svelato lo sviluppo di Jalapeño, un chip proprietario realizzato in collaborazione con Broadcom. Questa mossa strategica punta a ridurre la dipendenza dai costosi chip di terze parti e a ottimizzare i profitti aziendali nel lungo termine.
Secondo quanto riportato da Artificialintelligence-news, la sostenibilità economica di OpenAI è fortemente condizionata dalle spese per l’hardware di elaborazione. Mentre Nvidia gode di margini di profitto stimati intorno al 75% sui suoi processori di fascia alta, OpenAI lavora con margini assai più ridotti, trattenendo solo circa 33 centesimi per ogni dollaro generato, a causa dei massicci costi operativi. Basti pensare che la gestione dei server di ChatGPT è costata all’azienda ben 8,4 miliardi di dollari lo scorso anno e, con oltre 900 milioni di utenti settimanali, la spesa è destinata a toccare i 14 miliardi di dollari quest’anno, a fronte di un impegno di ben 1.400 miliardi di dollari pianificato per i prossimi otto anni.
Un chip su misura per l’inferenza AI
Il chip Jalapeño, definito come il primo “processore di intelligenza” di OpenAI, è stato progettato specificamente per l’inferenza dei modelli linguistici (LLM) anziché per l’addestramento generale. OpenAI si è occupata del design architetturale di base, mentre Broadcom ha gestito lo sviluppo del silicio e l’integrazione di rete ad alte prestazioni. La produzione fisica è affidata a TSMC in Taiwan, mentre Celestica si occuperà dell’assemblaggio dei server e dei rack. Attualmente, i primi campioni di laboratorio stanno già eseguendo carichi di lavoro avanzati, inclusi test su un inedito modello denominato GPT-5.3-Codex-Spark.
Richard Ho, a capo del programma hardware di OpenAI, ha spiegato che l’architettura riduce al minimo il movimento dei dati per superare i colli di bottiglia tipici dei servizi interattivi su larga scala. Per raggiungere questo obiettivo, la piattaforma integra direttamente la tecnologia di rete Tomahawk di Broadcom, permettendo ai processori di comunicare in modo ultra-rapido all’interno di enormi data center clustered.
Integrazione verticale e sinergia operativa
Con il passaggio al silicio proprietario, OpenAI evolve da semplice fornitore di software a azienda infrastrutturale verticalmente integrata. Questo approccio copre l’intera filiera: dall’architettura del chip ai kernel software, fino alla gestione della memoria e della rete. Similmente alla storica filosofia di Apple con l’hardware proprietario e iOS, OpenAI può ora ottimizzare ogni componente in funzione dei propri modelli futuri. Questa sinergia crea un circolo virtuoso: una maggiore efficienza riduce i costi di fornitura dei servizi, consentendo lo sviluppo di prodotti più veloci ed economici che, a loro volta, attirano più utenti e risorse da reinvestire.
La rincorsa ai concorrenti e il design automatizzato
OpenAI fa il suo ingresso in un settore tecnologico in cui giganti come Google sviluppano hardware proprietario (le TPU) dal 2015, affiancati da Amazon con milioni di chip personalizzati già distribuiti, oltre a Meta e Microsoft. Per colmare questo gap temporale, l’azienda ha accelerato i tempi portando Jalapeño dal foglio bianco alla fase finale di progettazione (tape-out) in soli nove mesi, sfruttando i suoi stessi modelli linguistici per automatizzare diverse fasi del processo di design hardware.
I primi chip dovrebbero fare il loro ingresso nei data center entro la fine del 2026, in collaborazione con partner strategici come Microsoft. Nel frattempo, l’ecosistema software continua a espandersi: un esempio concreto di questa evoluzione si riflette in contesti applicativi reali, come quando Omio ha scalato lo sviluppo dei prodotti di viaggio utilizzando i modelli OpenAI.
Foto di OpenAI
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