Meta ha chiuso il processo sui danni agli adolescenti firmando una cambiale e scrivendoci sopra il nome dei concorrenti. Quasi un terzo dei soldi promessi agli Stati americani arriva solo se YouTube e TikTok accettano le stesse regole e pagano la loro parte. Mercoledì 23 settembre YouTube ha risposto che non firma.
Lo ha detto l’amministratore delegato Neal Mohan ai giornalisti, a margine dell’evento Made on YouTube. La piattaforma, ha spiegato, ha già i suoi strumenti: i genitori possono limitare il tempo che i figli passano sugli Shorts, e l’azienda lavora con esperti esterni sulla sicurezza dei più giovani. Poi ha aggiunto che YouTube è “una piattaforma molto diversa” da Meta, sempre più guardata sul televisore del salotto.
La cambiale
Meta ha messo per iscritto i termini sul proprio sito. Il pagamento complessivo è di circa 18 miliardi di dollari in rate annuali per dieci anni: il 70%, circa 12,7 miliardi, va agli Stati che hanno aderito. Il restante 30%, circa 5,3 miliardi, viene liberato solo a due condizioni. YouTube e TikTok devono introdurre un limite di un’ora al giorno per i minorenni, una modalità notturna e sistemi di verifica dell’età, e ciascuna deve versare una somma pari a quella quota del 30%.
Anche sulle cifre non tutti leggono la stessa cambiale. La procuratrice generale di New York parla di 12,1 miliardi garantiti e di un tetto di 17,1, Meta arriva a 18 contando un accordo separato con il Texas. E il precedente più vicino, l’accordo del 1998 con le aziende del tabacco, funzionava al contrario: tutelava chi firmava dai concorrenti che restavano fuori, mentre la clausola di Meta trattiene soldi propri per spingere altre aziende a regole che nessuno ha imposto loro in quel processo.
Intanto, sulle app di Meta, i minorenni hanno un limite predefinito di due ore al giorno che solo un genitore può togliere e un blocco notturno. Se i concorrenti si allineassero, gli impegni di Meta durerebbero dieci anni invece di cinque: anche la durata delle regole, insomma, è appesa alla firma degli altri. Il limite di due ore e l’obbligo del consenso dei genitori sono condizioni legalmente vincolanti, non più buone pratiche facoltative.
Il debitore che non firma
YouTube non è un passante. Il 25 marzo una giuria di Los Angeles ha ritenuto Meta e YouTube responsabili di aver creato dipendenza in una giovane donna e le ha condannate a 6 milioni di dollari. Il conto è diviso 70% a Meta e 30% a YouTube (la stessa proporzione della clausola, per chi ama le coincidenze), come si legge nella relazione trimestrale di Meta. Entrambe hanno fatto ricorso, e un portavoce di YouTube disse allora che la sentenza fraintendeva una piattaforma di streaming costruita in modo responsabile, non un social. È la stessa linea di Mohan: YouTube è televisione, e la televisione non firma cambiali scritte per i social.
TikTok non ha commentato le parole di Mohan, ma una risposta l’aveva già data. A inizio settembre ha rifiutato i video pubblicitari con cui Meta chiedeva a TikTok e YouTube di unirsi all’accordo: per la piattaforma erano contenuti politici, che su TikTok non si possono comprare.
Il protesto
Nessuna azienda paga miliardi e accetta limiti sul proprio prodotto per aderire volontariamente a un accordo firmato da un concorrente, senza una sentenza che la obblighi. La leva vera sono gli Stati: il procuratore generale della California Rob Bonta ha detto che il patteggiamento di Meta avverte il resto del settore che la partita non è finita e che si aspetta risultati simili dagli altri.
L’ufficio di Bonta non ha risposto alla richiesta di commento sulle parole di Mohan, ne ha scritto la CNN. Fino a una nuova causa, la cambiale resta in protesto. Meta ci ha scritto sopra il nome dei concorrenti, YouTube ha risposto che la firma non è sua, e 5,3 miliardi restano nella cassa di Menlo Park.
Crediti immagini: Social Media Today



