Il 21 ottobre il giudice Francis Mathew ha fissato in 25 miliardi di dollari la sanzione civile che Meta deve pagare allo Stato del New Mexico, come riporta Bloomberg Law. Il titolo della testata finanziaria la definisce storica, e il modo in cui è stata calcolata dice più della cifra stessa.
Non nasce da un danno quantificato. Nasce da una moltiplicazione, e Source New Mexico aggiunge che sulla somma corre un interesse del 15 per cento annuo finché non viene pagata.
Cinquemila dollari a bugia, per quarantaquattro milioni di volte
Il 25 settembre una giuria di Santa Fe aveva ritenuto Facebook responsabile di pratiche commerciali ingannevoli ai sensi della Unfair Practices Act, la legge del New Mexico a tutela dei consumatori. Ha contato 43.899.720 violazioni e riconosciuto la volontarietà su 26 delle 29 dichiarazioni contestate. Quella legge prevede un massimo di cinquemila dollari per violazione: cinquemila per quarantatré milioni e nove fa circa 219 miliardi.
Mathew ha scritto che quella cifra sarebbe stata giustificata dalla legge statale, poi ha messo in sentenza un ventesimo abbondante in meno. Come sia arrivato esattamente a venticinque miliardi non lo ha spiegato, osserva Courthouse News.
Lo Stato aveva chiesto fra i trentacinque e i quarantacinque miliardi, i legali di Meta offrivano di non andare oltre 3,4, secondo CBS News. Il punto di caduta sta molto più vicino alla richiesta che all’offerta, e la stessa emittente scrive che il giudice ha indicato Mark Zuckerberg e Sheryl Sandberg fra i dirigenti che quelle dichiarazioni le hanno rese.
Non è la causa sui minori, ed è un’altra cosa
Qui serve una precisazione che diversi titoli internazionali hanno saltato: il New Mexico ha due cause contro Meta, entrambe arrivate a sentenza quest’anno. Quella decisa a ottobre è la più vecchia, depositata nel 2021, e riguarda ciò che l’azienda ha dichiarato al pubblico: il controllo dei dati lasciato agli utenti, la vendita delle informazioni agli inserzionisti, l’applicazione uniforme delle regole di moderazione. Impegni presi dopo lo scandalo Cambridge Analytica, come ricostruisce PPC Land.
L’altra causa, nata dall’operazione sotto copertura dei procuratori con profili finti di ragazzini, si era chiusa il 24 marzo con 375 milioni. La differenza non è formale. Meta non è stata condannata per aver esposto gli utenti del New Mexico a contenuti dannosi, ma per aver raccontato una cosa diversa da quella che faceva: il fatto accertato è la frottola, non il danno.
La difesa è una tassa sulla parola
Il chief legal officer di Meta, C.J. Mahoney, sostiene che la sentenza renda quasi impossibile fare impresa nello Stato e che la causa, nella sostanza, imponga una tassa sulla parola. Una condanna per pubblicità ingannevole diventa così un problema di libertà di espressione e di clima per gli investimenti, cioè la figura retorica con cui ogni multinazionale sanzionata spiega che il sanzionato vero è il territorio.
L’appello è annunciato e il bersaglio è ovvio. Il conteggio delle violazioni non si basa su persone che abbiano dimostrato un danno, ma sul pubblico raggiunto da ciascuna affermazione, con lo stesso cittadino contato una volta per ogni dichiarazione: sono i numeri del processo a reggere tutto. Smontare il moltiplicatore vale più di qualsiasi argomento di merito, perché riduce la sanzione senza bisogno di rimettere in discussione il verdetto.
Il conto che si accumula
Il New Mexico arriva su una pila che cresce da sette anni. Nel 2019 la Federal Trade Commission, l’autorità americana a tutela di concorrenza e consumatori, aveva chiuso con cinque miliardi e l’obbligo di rifare governance e programma privacy sotto monitoraggio esterno. Nel novembre 2024 la Commissione europea ha sanzionato Meta per 797,72 milioni di euro, per aver agganciato Marketplace a Facebook a danno dei concorrenti negli annunci.
Ad agosto è arrivato il patteggiamento con quarantotto Stati sui danni ai minori, quello che YouTube non firma. Anche lì la cifra di copertina è parziale: i diciotto miliardi sono un massimo su dieci anni, impegnati davvero ce ne sono circa dodici e sette, e il resto scatta solo se le piattaforme rivali adottano misure analoghe e pagano cifre analoghe, come spiega Al Jazeera. Meta, nel firmarlo, ha negato ogni responsabilità.
In due anni l’azienda ha incassato condanne e accordi per numeri che nessuna impresa aveva mai visto, e l’unica reazione pubblica è stata lamentarsi del clima per gli affari in New Mexico. La cifra sul titolo e la cifra che lo Stato incasserà restano due cose diverse: la prima la decide una moltiplicazione, la seconda la decide l’appello.
Immagine: Social Media Today



