Un recente studio rivela come l’aspetto visivo degli avatar nei colloqui di lavoro gestiti dall’intelligenza artificiale influenzi profondamente la percezione di imparzialità dei candidati respinti, dimostrando che i sistemi di selezione automatizzati non vengono valutati solo per la neutralità del loro codice, ma anche per le caratteristiche demografiche del volto virtuale che comunica la decisione finale.
L’adozione di un sistema di selezione del personale basato sull’IA promette, sulla carta, di trattare ogni candidato in modo identico. Tuttavia, la realtà psicologica si rivela molto più complessa. Secondo uno studio recentemente riportato da Digitaltrends, i candidati esclusi da una selezione valutano l’equità del colloquio automatizzato in modo significativamente diverso a seconda dell’etnia e del genere dell’avatar fotorealistico che comunica il responso. Circa 220 partecipanti hanno preso parte a una simulazione di colloquio per un ruolo fittizio di assistenza clienti, interfacciandosi con uno di quattro avatar disponibili. Nonostante l’esito negativo sia stato identico per tutti, la percezione di giustizia del processo è variata drasticamente in base all’aspetto dell’intervistatore virtuale. Un semplice audit degli algoritmi rischia quindi di non cogliere questo aspetto cruciale, poiché gli utenti non interagiscono con stringhe di codice, ma con un volto digitale progettato per porre domande e valutare le risposte.
L’effetto paradosso della somiglianza parziale
I dati emersi dalla ricerca evidenziano un fenomeno inaspettato: i candidati che presentavano una corrispondenza parziale con l’avatar (ovvero condividevano solo il genere o solo il colore della pelle) hanno giudicato il processo come meno equo rispetto a coloro che coincidevano in entrambe le caratteristiche o in nessuna delle due.
Sebbene lo studio non chiarisca definitivamente i motivi di questa reazione, gli scienziati ipotizzano che una parziale somiglianza possa alterare le aspettative relazionali del candidato, rendendo il rifiuto percepito come un fatto più personale. Questo scenario suggerisce che dotare un selezionatore virtuale di un volto familiare non rappresenta affatto una garanzia di percepita neutralità.
La reazione psicologica dopo il rifiuto
Fino al momento del verdetto negativo, il livello di fiducia riposto nell’intelligenza artificiale si è mantenuto elevato e uniforme tra i vari gruppi. L’analisi tracciata con sistemi di eye-tracking ha mostrato un unico comportamento divergente prima della decisione: i candidati tendevano a osservare con maggiore attenzione i volti virtuali il cui colore della pelle differiva dal proprio.
Tuttavia, una volta comunicata l’esclusione, lo scetticismo è aumentato sensibilmente. Una discrepanza etnica con l’avatar ha spinto molti partecipanti ad attribuire il rifiuto a un pregiudizio di fondo (bias). Anche se l’algoritmo ha operato in modo speculare per ciascun candidato, la rappresentazione visiva sullo schermo ha pesantemente orientato l’interpretazione del risultato finale.
Linee guida per le aziende e sviluppi futuri
Le aziende che scelgono di affidarsi a intervistatori basati su intelligenza artificiale devono necessariamente valutare l’interfaccia grafica con lo stesso rigore applicatosi al modello decisionale sottostante. Uniformità nei punteggi e oggettività degli algoritmi non impediscono alle persone di proiettare significati sociali e personali sull’aspetto visivo di un avatar.
I test di affidabilità ed equità dovrebbero includere candidati provenienti da diversi contesti demografici per analizzare le reazioni emotive prima e dopo un esito sfavorevole. Una delle strade percorribili potrebbe essere l’utilizzo di interfacce grafiche meno antropomorfe e meno fotorealistiche, riducendo così la tendenza umana a cercare rispecchiamenti o a percepire discriminazioni basate sull’aspetto visivo del selezionatore.
Foto di: HeyGen / Ka Hei Carrie Lau et al.
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