ChatGPT firma le vignette con il nome di chi non le ha disegnate

Una vignetta in bianco e nero generata da un modello di intelligenza artificiale

Il falsario non ha copiato il disegno: ha copiato la firma. Nieman Lab ha documentato più di 15 vignettisti del New Yorker il cui nome d’arte compare in calce a immagini generate da ChatGPT, senza permesso e senza compenso. Fra loro Emily Flake, Joe Dator, Pat Byrnes, Harry Bliss e autori morti da anni.

Il caso più visto è di fine agosto. Una vignetta con Dolly Parton e Tim Curry alle porte del paradiso gira su X, Facebook, Instagram e Bluesky; nell’angolo in basso a destra c’è la sigla BLOPER, che è la firma di Brendan Loper. Loper non l’ha disegnata né firmata: l’immagine l’aveva generata una fan di Parton chiedendo a ChatGPT una vignetta in stile New Yorker. Il primo a scrivergli per sapere se fosse sua è stato suo fratello gemello.

La firma è il contratto

Per chi disegna vignette la firma è l’unico pezzo di metadato che sopravvive quando l’immagine viene staccata dalla pagina e rimbalza sui social senza licenza: dice chi l’ha fatta e a chi vanno i soldi del riuso. Copiarla significa prendersi il certificato di autenticità e appiccicarlo su merce di qualcun altro. Jason Adam Katzenstein, che pubblica sul settimanale dal 2014, lo ha detto a Nieman Lab così: “è slop che finge di essere me”. Slop è la roba generata in serie e riversata online a peso.

Avvisata, OpenAI ha risposto che apprezza le segnalazioni di comportamenti non voluti dei modelli. Da quel momento ChatGPT mostra un avviso quando gli si chiede una vignetta in stile New Yorker, e continua comunque a firmarne alcune con nomi di autori veri.

Da dove arrivano quelle firme

Condé Nast, che edita il New Yorker, ha firmato nel 2024 un accordo di licenza con OpenAI. Il settimanale però sostiene di non avere mai concesso a nessuno le vignette per addestrare un modello, e il contratto tipo dei suoi vignettisti non lo prevede: sono freelance pagati solo se il disegno viene scelto, e il copyright resta loro. OpenAI non ha spiegato come le firme siano finite nei suoi output.

Una strada alternativa c’è, e l’hanno portata alla luce il mese scorso i documenti depositati nella causa del New York Times. Nei memo interni ormai non più oscurati, un dirigente Microsoft definisce il materiale raccolto per l’addestramento il più grande furto di lavoro della storia umana.

Nel frattempo il mercato si muove da solo. Il Baltimore Sun ha licenziato Kevin Kallaugher, che ci pubblicava vignette politiche da oltre trent’anni, e quest’anno ha cominciato a stamparne di generate. Nessuno dei vignettisti del New Yorker, del resto, campa con i soli compensi del settimanale: quella firma serve a procurarsi il lavoro commerciale che paga le bollette, ed è esattamente il lavoro che sparisce per primo.

Pat Byrnes firma “P.Byrnes” dal 1998, con un punto finale, come si chiude una lettera. Nelle oltre dodici vignette generate da ChatGPT con il suo nome che Nieman Lab ha messo in fila, quel punto c’era sempre. Il falsario non ha copiato il disegno. Ha copiato il punto.

Crediti immagini: Digital Trends

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