Google alza i link dentro le risposte IA e continua a non dire quanti clic arrivano ai siti

La modalità AI Mode di Google con i link ai siti dentro la risposta

Google ha annunciato una serie di modifiche ad AI Mode e agli AI Overviews, cioè alla modalità di ricerca conversazionale e al riassunto generato che compare sopra i risultati. I link ai siti salgono più in alto nel testo e compaiono più spesso, la sezione Dive Deeper è stata ridisegnata con le miniature, e un esperimento mette i siti ufficiali in un blocco sopra la risposta, con una riga che spiega perché quel collegamento è utile. Lo ha scritto l’azienda sul suo blog.

Cosa cambia per chi pubblica

Sul piano pratico ci sono tre cose. I caroselli di articoli, già visti negli Stati Uniti, arrivano in altri paesi e altre lingue, con le testate che l’utente ha scelto in Preferred Sources. I link smettono di essere una nota in fondo al riassunto e tornano dentro il discorso, dove si clicca davvero. E Google si prende lo spazio per dire al lettore perché dovrebbe aprire un sito, funzione che fino a ieri svolgeva il titolo scritto da chi quel sito lo gestisce.

Poi c’è il dettaglio che vale da solo l’articolo. Nei risultati video di AI Mode Google sta provando una cosa diversa: cliccando sul nome del creator o dell’editore non si va al suo sito, si va al suo profilo dentro Google Search. Il clic parte, il traffico no.

L’unica cifra che manca

Dal maggio scorso, quando l’azienda ha cominciato a mettere i collegamenti accanto al testo generato, la domanda di chi pubblica è sempre la stessa: quante persone, dopo aver letto il riassunto, aprono la fonte. Quel numero Google non lo pubblica, né nell’annuncio di adesso né in quelli precedenti, e continua a parlare di qualità dei clic in uscita senza quantificarli.

Per chi vive di ricerca organica la differenza non è accademica. Un link più visibile dentro una risposta che soddisfa già la domanda vale meno di un risultato blu su una pagina che non risponde: nel primo caso il lettore ha finito, nel secondo deve ancora cominciare. Senza i dati di sessione non si può nemmeno misurare di quanto, e l’unico soggetto che quei dati li ha è quello che sta rifacendo la vetrina.

Cosa c’è davvero dentro Search Console

Qualcosa, però, adesso si vede. Da giugno Google ha introdotto in Search Console, lo strumento gratuito con cui un sito legge i propri dati di ricerca, un rapporto dedicato alle funzioni generative, e dal 31 agosto lo ha esteso a tutti i siti del mondo. Il rapporto conta le impressioni che arrivano da AI Overviews, da AI Mode e dalle funzioni generative di Discover, divise per pagina, paese e data, con la suddivisione per dispositivo sul lato ricerca.

Il buco è esattamente dove lo si aspettava. Il rapporto mostra quante volte il tuo sito è comparso dentro una risposta generata e non mostra quante volte qualcuno ci ha cliccato sopra, come ha riassunto Search Engine Journal. Hai la vetrina e non hai la cassa. In più il rapporto compare solo a chi ha abbastanza impressioni generative: un sito piccolo può trovare la sezione vuota e non saperne niente lo stesso.

Accanto al rapporto Google ha messo un interruttore per chiamarsi fuori dalle funzioni generative della ricerca. Prima di toccarlo conviene sapere cosa comporta: è una rinuncia all’esposizione, non una rinuncia all’indicizzazione, e nessuno sa ancora quanto costi in impressioni complessive. Chi lo prova dovrebbe farlo su un periodo lungo e con un confronto, non per una settimana.

Le tre misure da fare sui propri dati

In attesa che qualcuno pubblichi i clic, tre controlli si possono fare oggi, e sono tutti nel rapporto Prestazioni di Search Console.

Il primo: confronta impressioni e clic sullo stesso periodo di un anno fa, filtrando per query che cominciano con come, cosa, perché e quanto. Sono le domande che un riassunto generato soddisfa per intero, ed è lì che il rapporto fra impressioni e clic si rompe per primo. Se le impressioni tengono e i clic scendono, hai già la misura del fenomeno sul tuo sito, senza bisogno che te la dia Mountain View.

Il secondo: metti in fila le pagine per percentuale di clic e guarda quelle che hanno perso di più, non quelle che hanno perso in assoluto. Le pagine che rispondono a una domanda secca in due paragrafi sono le prime a svuotarsi, le guide lunghe e gli strumenti reggono meglio, perché nessuna risposta generata sostituisce una tabella da consultare o un calcolo da fare.

Il terzo: incrocia il rapporto generativo con quello classico sulle stesse pagine. Dove le impressioni generative crescono e quelle tradizionali calano, la tua pagina si sta spostando dentro la risposta; se nello stesso punto i clic totali scendono, hai un pezzo di contenuto che sta lavorando per Google e non per te. È l’unico modo per decidere con dei numeri in mano quali contenuti vale ancora la pena produrre in quella forma.

Il gesto che si misura

Le modifiche annunciate vanno tutte nella stessa direzione, e non è quella dei link. Google aggiunge strati fra la domanda dell’utente e il sito che ha la risposta: prima il riassunto, poi la spiegazione di perché quel sito sarebbe interessante, poi, nei video, un profilo ospitato da Google al posto del sito. Ogni strato è presentato come un aiuto all’editore e ogni strato è una pagina in più che resta dentro Google.

È lo stesso conto che si trovano a fare tutti i siti che producono testo. Reddit ha scelto la strada opposta e ha chiuso i feed per vendere direttamente i propri contenuti a chi addestra modelli, che è un’opzione disponibile solo a chi ha quella scala. Chi pubblica e basta ha a disposizione le impressioni, non i clic, e intanto può fare l’unica verifica che non dipende da nessun annuncio: aprire il proprio rapporto Prestazioni e guardare cosa è successo da maggio a oggi.

Immagini: Google

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